personale, italia March 7, 2006 12:21 am (Save post)
Magari non l’avete sentita mai questa storia, ma è una di quelle che i maestri di una volta avrebbero forse raccontato all’interno di una formazione scolastica aneddotica e probabilmente poco utile, ma più divertente, facendo conoscere muzio scevola, o la battaglia di lepanto, o chi cavolo era pietro micca.
E a proposito della scuola di una volta, volevo giusto buttare là il nome di Gianni Rodari, che ieri mi è stato ricordato dai Ratti Della Sabina.. lo avete mai letto? E di recente? Avete per caso smesso di leggere le favole?
Vabbè, insomma, pare che il paesello di poggio mirteto, ridente accrocco di case in quella sabina che già diede natali a un paio di re di roma (e mezzo), poggio in breve, tanto tre quarti dei paesi in quella zona si chiamano poggio qualcosa, vabbè insomma ’sto paese da qualche parte verso la fine di due secoli fa’ si ribello spontaneamente allo stato della chiesa e chiese l’annessione al nascente regno d’italia.
S’erano stufati dei tributi, delle regole, delle gerarchie e di quello che santa romana chiesa rappresentava.
A sentire i poggiani pare che sia stata una rivolta pacifica e allegra, e che fossero il popolo più maltrattato d’europa, ma si sa che la storia la fanno i vincitori.
Ad ogni modo se si pensa che sia andata come dicono loro è più bello.
Dice, insomma, che ai poggiani, dopo che fu concesso di unirsi allo stato nuovo et progressivo, vennero offerti premi per il loro atto, di non pagar tasse e di ricevere terre, e strade e ferrovie, ma i poveracci non ne vollero sapere.
Quello che chiesero invece, in spregio ai pretacci che a lungo li avevano vessati, fu di poter festeggiare il carnevale proprio quando non si dovrebbe far festa, la prima domenica di quaresima, e scegliendo come loro simbolo proprio il diavolo (nella veste attuale il logo della festa è un diavolo con cappello (con pon pon) che scaccia col forcone un grasso prete).
Ed il loro carnevale lo chiamano liberato perché sanno che quel giorno si festeggia alla faccia dei potenti e delle loro morali, che di potenti c’è ne sono sempre, ma è bello ricordarsi che il popolo può liberarsene se solo ci si mette, e che se si è liberi si deve essere felici, o viceversa, non mi ricordo bene.
Al giorno d’oggi, se capitate a poggio mirteto in occasione del carnevalone troverete una gran bella festa, per strada vi trovate a ballare folk rock con gente che non avete mai visto, inciampate sui cani che sfrecciano ad azzannare quelle mezze salsicce cadute dai panini perché un gruppo di bambini ha schizzato con la schiuma un capellone vestito da folletto mentre beveva a cannella il vino che ha comprato nella bottiglietta originariamente d’acqua da mezzo litro, poveraccio ha sete perché prima era nel corteo di ballerini e tamburi e grancasse e jambé che passava da un lato della piazza mentre dall’altro lato trombe e tromboni e corni e sassofoni si avvinghiano in sincretici ritmi con i battiti delle mani di chi balla la capoeira per strada, nello spazio finalmente liberatosi da quando i trampolieri e gli sputafuoco si sono allontanati, forse per vedere quello che canta guccini e copia baglioni perché gli ha dato alla testa il fumo del grasso delle braciole che sfrigola sul fuoco o quello di mezz’ettaro di erba e fumo consumato un po’ ovunque che se non ce l’avete è facile che riuscite a farvelo dare scambiandolo con un mandarino da pappare in attesa che venga sera e si facciano i fuochi d’artificio e si bruci il pupazzo gigante di cartapesta del cardinale.
Sono tre anni che vado al carnevalone con la mia dolce metà ed un numero variabile di amici, e che vi devo dire Cari Lettori, se vi capita l’anno prossimo passateci pure voi e fatemelo sapere che almeno una mezza litrata di rosso ce la beviamo insieme.
PS
se l’anticlericalismo esagerato vi da fastidio, o generalmente siete infastiditi dalle “zecche” può non essere la festa per voi, e il vino fondamentalmente è una ciofeca ma dopo il primo litro non ci si fa tanto caso

