erasmus January 29, 2007 9:28 am (Save post)
Meno due settimane, the end is near, cantava frank sinatra.
O sid vicious se volete, in quella che imo è una delle cover più divertenti di sempre, anche se ammetto che take on me rifatta dai real big fish ha un posto speciale nel mio cuore.
E tanto per dirlo, ho visto un gruppo cover dei real big fish in concerto. Il mondo è piccolissimo, strano e connesso in modo molto fitto.
Il che spiega Norbert, un inglese effeminato di due metri che parla italiano e mi chiede di dove sono. Roma dico io, ma in realtà di un paese vicino. Quale, dice lui, e io glielo dico.
Cerveteri, tre millenni di storia, la nostra necropoli etrusca è patrimonio dell’umanità, abbiamo dato i natali ad uno dei sette re di roma e una volta la nostra squadra di calcio militò in C2. E nel complesso è solo un paesino con un sacco di problemi. Lo so, risponde lui, ci ho lavorato per sei mesi. Dissolvenza.
Sei mesi, sette re, sette colli. Sapete qual’è la città dei sette colli? Roma, ovvio, se siete italiani, per i portoghesi è chiaro che la città dei sette colli è lisbona.
Magari tutte le capitali hanno sette colli, chi lo sa. Per certo lisbona ha un ponte lungo 13 chilometri, o così dicono i portoghesi.
Pensate quanti cavolo sono 13 chilometri, significa che da metà non si vede ne’ una sponda ne’ l’altra. Pronto, no non mi disturbi, sono sul ponte nel mezzo del nulla, so e credo e spero che ci sia la terra di fronte e dietro di me, ma non so niente delle sponde ormai, seguo solo questa strada nella nebbia.
Deve essere una specie di fissazione portoghese, quella di perdersi sopra l’acqua.
Vasco de gama circumnavigando l’africa arrivò a 500 chilometri dal sudamerica. E poveraccio, non ci arrivò. E secondo alcune fonti fu anche il primo ad arrivare in australia, e lo hanno dimenticato. E secondo altri cristoforo colombo era portoghese.
Il coinquilino C. mi spiega anche il motivo per cui il brasile parla portoghese ed il resto del sudamerica spagnolo: i re dei rispettivi paesi si accordarono per una spartizione verticale del mondo, la parte di qua era portoghese, quella di là spagnola. Il re del portogallo però aveva una mezza idea che ci fosse qualcosa, di là, e quindi fece spostare il confine due chilometri più a ovest, beccando la punta del brasile. Astuto come una lince.
Mi spiegano anche che il portogallo è stato il primo stato europeo a definire i propri confini, e si lamentano di non aver conquistato la spagna. Sono costretto a sfuggire prima che mi dicano che “da Vinci” è un espressione in portoghese antico o che galileo era originario di coimbra.
Altro che europeismo, l’erasmus rende ipernazionalisti, ed ha particolarmente effetto sulle nazioni sfigate, come italia e portogallo. Ci attacchiamo a tutto: i portoghesi ricordano di essere stati sempre fortissimi a Giochi Senza Frontiere, noi ci bulliamo che persino uno dei vigneti tradizionali ungheresi si chiama “rizling italiano”, e che non è mai esistito un matematico o un fisico proveniente della penisola iberica, il gallese mi deride perché becchiamo sempre il cucchiaio di legno al 6 nazioni e io lo sbeffeggio dicendo che a) non è vero, b) in galles si gioca solo a rugby, se vuole lo distruggo a biliardino.
E, finalmente, ho capito perché questo cavolo di programma si chiama così. Niente a che vedere con erasmo da rotterdam, niente elogio della follia, semplicemente un acronimo “fico”, european qualcosa student mobility qualcosa.
Questo è il ventesimo anno del programma, che ora si chiama SOCRATES II, e magari sarebbe tempo di riflessioni. Io posso fare le mie: sei mesi non sono abbastanza, ed una sola volta non è abbastanza.
Ma forse il sapere che è una volta sola, e che dura poco, è qualcosa in più. Lo so che dall’altra parte c’è di nuovo lisbona, ma al momento lasciatemi pensare al ponte.
Parlavo con D. capitato qui in vacanza e che fece la sua esperienza in inghilterra. Parliamo di quanto sia diverso stare nello studentato rispetto al vivere da soli, stare sempre con gli altri studenti o mischiarci con i locali, il costo delle sigarette e le difficoltà linguistiche, mangiare poco e bere troppo.
Concludiamo che ogni erasmus è diverso, ma il tuo è sempre il più bello.
(Oppure puoi viverlo male, e in quel caso è sicuramente il più brutto.)

