PDI^2

Specchio della mia personalità

personale August 31, 2007 9:39 pm (Save post)

Da alberto c’è come al solito un post interessante. Ma non era in vacanza?
Ad ogni modo questo punto:

Per questo oggi mi sono chiesto: il mio sito mi assomiglia?

decontestualizzato e con significato cambiato, mi ha fatto pensare.

Perché oggi ho scoperto che nelle pagine del mio blog ho gli elementi relativi al titolo che contengono  la data, e quelli relativi alla data che contengono il titolo. 
Cavolo, il mio blog mi assomiglia .

coComments diventa uno schifo, passo a co.mments e mi scrive l’estensione

programmazione, web, software 10:32 am (Save post)

La versione 2.0 beta di coComments è stata accolta da una salva di critiche enorme, al punto che gli autori hanno tenuto a specificare che no, suvvia, non è che deve rimanere così, gli utenti sono quelli che comandano etc etc…

A me però anche dopo le ri-modifiche continua a non piacere. Già prima era abbastanza bruttino, e l’estensione per firefox, per quanto potente, era ultralenta.

Per cui sto sperimentando con co.mments.com, che ha un tracking dei commenti molto migliore.

Purtroppo non ha integrazione col browser, il che significa dover cliccare su una bookmarklet per registrare una conversazione e visitare il sito per vedere le novità (o leggere il feed).

Per la prima cosa, non è un vero problema, e anzi, ha dei vantaggi.

La seconda è un po’ scomoda, per cui ho smanettato un po’ e mi son tirato fuori un’estensione per firefox che mostra un’iconcina colorata nella status bar quando ci sono nuovi commenti, e cliccando sulla quale si può andare a vedere il tracking.
Ho smanettato due ore, poi le divinità di javascript mi hanno dato una mano e ho ottenuto una cosa funzionante in 4 minuti netti.

Se volete provarla fate un fischio.

Spigolature dall’Ungheria: significato, significante

personale August 30, 2007 2:00 pm (Save post)

L’Autore invita i lettori a non arrabbiarsi per falsità e incorrettezze, egli non sarebbe un buon Marco Polo se parlasse solo di ciò che è.

Arrivo a budapest pensando di dover andare in un’altra città, perché D. G. e C. han deciso di fermarsi lì invece di andare a Siófok.
Arrivo a budapest pensando di arrivare a Casa, e mia madre non mi perdonerà mai il messaggio in cui gliel’ho detto.
Arrivo a budapest pensando di essere ormai straniero, e invece appena vado al solito locale incontro V., spagnolo tornato in vacanza, e poi tutti gli altri, e ancora una volta non è cambiato niente, e mi ritrovo a parlare lunghe ore con un asturiano mai visto prima, come sempre.

L’asturiano ci viene lasciato in consegna da V. che approfitta dell’occasione per andare a.. emh.. mangiare qualcosa con la fidanzata, e da lì in poi la mia conoscenza della regione spagnola spicca il volo.
Gli asturiani si sentono spagnoli, diversamente dai baschi. Ma prima sono asturiani. Per cui i baschi gli vogliono bene, sono come loro. E gli spagnoli gli vogliono bene, sono come loro. Astuti.

Questa amichevolezza è forse influenzata, a detta dello spagnolo, dall’usanza di versare il sidro in strada in modo spettacolar-cretino allargando le braccia al massimo e tenendo bicchiere in una e bottiglia nell’altra, per poi donare il vetro pieno alla prima persona che passa.

We are friendly people, dice il tipo, but if you go against us we get very hard. Le asturie non sono mai state conquistate, tze!

Io rifletto sulla mia nazione. A noi ci hanno conquistato sempre.
Greci, cartaginesi, germanici, goti, vandali, saraceni, longobardi, francesi, spagnoli, austriaci, tedeschi, americani. Arrivano tutti incendieri e fieri, poi si fermano un attimo e dopo un secolo scarso diventano italiani pure loro.

Il mio paese è più bello da lontano, e mentre l’asturiano spiega come i baschi e i catalani e i galeghi siano nazioni diverse dai castigliani, a me ri-viene in mente che il mio stato neanche esisteva, ma alla battaglia di lepanto il grido dei veneziani ai napoletani fu comunque Fratei, forza al remo, demoghe addosso! .
Il mio dialetto è diverso da quello di roma che mi sta a 40km e nessuno capirebbe l’espressione ‘na porvere (piuttosto che sverto come ‘na lapa), eppure ci si sente italiani in liguria come in salento, per quanto si parlino dialetti che hanno meno a che spartire delle lingue iberiche.

D’altronde le spinte centripete della lega nord sembrano ragionevolissime quando scopri che il belgio vuole dividersi in due nazioni diverse.
E il bilinguismo delle regioni a statuto speciale sembra la cosa più sensata del mondo quando vedi un belga di bruxelles che non può leggere i cartelli a bruges perché non sono in francese.
Immagina, Lettore, uno di pisa che non riesca a leggere i cartelli a livorno.

Invece l’ungheria è un blocco monoculturale fantastico. E per fantastico intendo che c’è parecchia leggenda dietro, di cui parlerò altrove.
Cos’è la strapacska? Un piatto tipico dei paloc, popolazione che era in ungheria ma abbiamo scacciato. Toth è un cognome comune, vero? Si, è una popolazione che era in ungheria ma abbiamo scacciato. Scopro poi che entrambi sono “gli slovacchi”.

In questa mia permanenza magiara ho imparato tanto in più sulla lingua, che sebbene abbia il modo più cacofonico al mondo per dire ti amo, contiene delle espressioni bellissime. Soffro, a pensare che in italiano non esista equivalente di testvér, che significa fratello/sorella, ma che realmente significa il mio corpo e sangue. E il fatto che il nostro terribile “capezzolo” si dica melbimbo, bocciuolo del seno, mi fa invidia.

Eppure, negli abissi di differenza ogni tanto vien fuori la similitudine inattesa, che racconto si dica novella, il tetto sia tető e idiota sia, beh, idiota.

Come anche in tutto il resto. Mentre visito Eger mi capita di vedere matrimoni, e di notare quell’usanza creduta tipica solo del mio paesello, di suonare il clacson quando passa la sposa. Viene da chiedersi come cavolo si sia diffuso.

Ma come sempre, la cosa più bella sono quelle parole che non hanno equivalente.
Deve significare molto, che a roma esista il termine pappagallo, il seduttore di basso livello che ci prova con le straniere, ed in magiaro esista digó per indicare l’italiano che ci prova con le ungheresi.

Ma si, perché una volta bastava venire qua con un pacco di calze..
Cavolo, pensavo fosse una leggenda urbana che c’era solo da noi, e invece è un dato storico.

Ma ormai la mia città già non c’è più, è quasi un anno da quando arrivai io, e adesso non si può salire sul bastione dei pescatori liberamente, c’è un tornello che costa 400 fiorini.
I vacanzieri sono ovunque, e la mia città è quasi una trappola per turisti come praga.
Il locale dove ho passato momenti stupendi ha cambiato gestione.
Il bar per pseudo-senzatetto dove bere due litri di birra (cattiva) a un euro ha alzato i prezzi.
La casa dove vivevo non è neanche più in affitto.

Il coinquilino portoghese C. mi saluta, e mi dice: sai, è la prima volta che ci salutiamo senza dire ci rivediamo a budapest il... Lo dice perché non sa quando avrà di nuovo tempo libero, io concordo perché non esiste più budapest.

In compenso adesso ho altra ungheria da ricordare.
Ci troviamo in quella cavolo di Siófok il giorno del mio compleanno, che stranamente è anche quello di D. e quello del padre di C. Mi verrebbe da spiegare il paradosso del compleanno, ma non sarebbe apprezzato.
E poi, finalmente, dopo aver festeggiato il compleanno di tutti i miei coinquilini posso festeggiare anche il mio.

É fico, e il regalo è inaspettato e fa piacere.
Ed è bello quello di É.
E quello di E.

Allitterazione non voluta.

Ad ogni modo nel festeggiare riesco finalmente a rompere il mio cellulare di nuovo.

Certo, è bruttino non poter ricevere sms di auguri, ma il dramma si consumerà il giorno dopo all’interno dello sziget festival. Perché, come da tradizione in ogni concerto c’è uno stronzo che se ne va un attimo in bagno e non ritroverà mai più nessuno.
In questo caso, lo stronzo sono io.

Che da due giorni non dormo in un letto.
Che ho vinto numerosi beveraggi scommettendo di trovare dieci persone che parlassero italiano in tre minuti.
Che ovviamente, non ho una cartina quando mi trovo in una zona ignota.
Che non ho un telefono funzionante.
Che ricorderò solo parlando con G. quindici giorni dopo, che c’era un meeting point predisposto per tali evenienze.

E che, passando di autobus in autobus e crollando addormentato su tutti, mi troverò di fronte al mitico cartello “Viszontlátásra!“, arrivederci, grazie per essere stato a budapest. Sei ore per arrivare a casa di T. Idiota.

Siófok di per se fa abbastanza cagare, è una rimini lacustre per tedeschi tirchi, e causa amarezza l’assenza di persone locali.
Anche se É. spiega che i tedeschi ci sono perché prima era un posto dove le famiglie di est e ovest potevano incontrarsi. A germania riunita, son rimasti.

Meglio comunque Eger, e i suoi matrimoni con le spose che sfilano in strada in corteo, con una banda di 4 elementi che suona davanti, prima di andare in chiesa.
Meglio Esztergom, con la festa di santo stefano che si approssima, il piatto locale analogo alla pizza, i concerti Jazz all’aperto e la curva del danubio (ma il danubio fa solo questa curva? No, scemo, ne fa un casino, solo che questa è la curva del danubio. Ah, ovvio.).

(Ah, Lettore, ti ho mai detto dei fantastici false friend ungheresitalici? “Curva”, che significa “puttana”, e “fái” che significa “fa male, smettila”, sono quelli più belli. “Boka nelkul”, “senza caviglia”, è creazione personale di cui sono orgoglioso. )

E meglio pure Miskolc, inutile città che avrebbe dovuto essere industriale nel sogno di applicare il socialismo sovietico in una nazione di 10 milioni di abitanti dove gli operai erano poche migliaia, e in cui incontro di nuovo i palazzoni stile art-warsaw-pact, parallelepipedi grigi freddi d’inverno e caldi d’estate, e con quella puzza particolare.
Ma che almeno ha le terme dentro una caverna, che sono fiche.

E tutti i paesini che attraverso, e tutti campi di girasoli e mais, e le autostrade dove non esistono i caselli ma si deve acquistare la matrica da apporre sul vetro, si ammucchiano a delimitare quello che conoscevo, a restringere il mio essere ungherese d’adozione a mero turista budapestino di lungo corso.

Proprio quando ho visto metà nazione, imparato la storia e la leggenda della nazione, mangiato piatti tipici di minoranze estinte, letto libri per bambini in ungherese e visto i cartoni dell’epoca socialista, mi ritrovo estraneo.

Spigolature dall’Europa: memorie transfrontaliere

personale August 29, 2007 11:03 am (Save post)

Ritorno allo spirito originale delle spigolature, perché c’è tanto da annotare.

Perché è difficile passare dieci confini in ventidue giorni, quando arrivi da una parte coi piedi hai ancora la testa indietro, o avanti, e ti si ammucchiano le idee.

Per cui, mentre cerchi una bicicletta a copenaghen, ti viene da chiederti se forse era ad amsterdam che c’erano le bici a gettone usa-e-abbandona, e sei già a budapest quando parli con una danese che ti dice che beh, se non ne trovi da affittare ti conviene rubarne una, lo fanno tutti, è per questo che il 99% delle bici sono vecchie e arrugginite, così uno non si preoccupa del furto, e uscendo dall’ufficio se non la trova ne prende un’altra, tanto quella che aveva era ottenuta nello stesso modo.

L’unica costante universale che ti aiuta a tenere traccia dello spostamento è il prezzo del kebab, che ha ormai una diffusione maggiore di hot dog, hamburger e pizza messi insieme.

In spagna una volta mi colpirono le cartoline che ritraevano la località vacanziera come una paella di gente festante, ora capisco che il kebab che mangio da un egiziano a berlino è rappresentazione migliore della nostra zingarata.

Prendi tante fettine di personalità simili e distruggile con la cottura lenta del treno e il tranciamento del dormire male. Quando sono massacrate mischiaci un po’ di verdure pseudolocali, qualche imprevista salsa emotiva e un po’ di piccante che non guasta mai. Chiudile con cura in una pita vacanziera, così che non finiscano sul resto della tua vita, e innaffiale con la birra.

Tra l’altro, a proposito di birra, dovreste conoscere quel meccanismo intelligente che si usa in olanda, ove l’acquisto di una birra per tre euri contiene un euro di deposito per il bicchiere.
Per cui, restituendo il bicchiere vuoto, si ottiene un euro in moneta, o una nuova birra a due euro.
Per cui, restituendo tre bicchieri, si ottiene una nuova birra gratis, e un bicchiere che vale un euro.
Per cui, io e P. ci ubriachiamo come dei deficienti, guadagnando 4 euro.

Ora, il fatto di vedere bicchieri raccolti dall’immondizia, sciacquati sommariamente e riempiti è abbastanza spaventoso, ma due notti in treno e la prospettiva di dormire a bordo canale (perché ogni ostello/pensione è pieno, toh, c’è il gay pride) abbattono parecchie barriere mentali.

D’altronde più vivo più mi rassegno: la cultura di igiene & ordine & pulizia è prettamente italica (o portoghese, ma il bel paese e l’estrema europa sono la stessa nazione in realtà, testimone l’uso del bidet), altro che svizzera.

Io e P. ci preoccupiamo un po’ vedendo signore tedesche che in treno lasciano infanti gironzolare ed infilarsi in bocca le scarpe dei vicini, ma dovrò arrivare fino ad Esztergom per vedere una madre lasciare un altro bimbo a gattonare su una pista ciclabile.

I danesi che scorreggiano come draghi nella cabina del treno fanno effetto, e la presenza di un numero spropositato di punkabbestia barboneggianti a berlino anche, ma sono irrilevanti se confrontate con i bagni nel bosco di Christiania: un buco nel terreno, un paravento, un ombrello.

E, ovunque, i pissoir. Orinali, pisciatoi, vespasiani, ma con quell’accento francese che è come pulirsi il culo con la seta.
Lettore, lungi da me criticare i bagni chimici (dalla regia mi suggeriscono che in ungheria si chiamino toi toi, nome adorabile), anzi.

Ma l’idea di mettere una spirale di ferro battuto nel mezzo di una piazza, senza adeguato sistema di ricambio acquatico ne’ sostanze antiodoranti, sinceramente collide con la mia sensibilità.

Grazie al cielo, tale sensibilità si è affinata molto nell’ultimo anno. Si è acutizzata.
Al punto che adesso riesce a passare tra una porcata e l’altra, e a non farmi preoccupare del fatto che il 15 agosto io e P. arriviamo in una citta straniera, e automaticamente andiamo a casa di un rumeno che non abbiamo mai visto o sentito, insieme a due italiani e a due francesi che l’ospite ha conosciuto qualche giorno prima, e stiamo tutti lì, in venti metri quadri di spazio, con un letto a due piazze, due sacchi a pelo, una poltrona e un pollo arrosto.

Che diciamocelo, dopo esser stati in una stanza da 68 persone a copenaghen, è un passo avanti.

voglio sulla scrivania: un GÖMBÖC

personale August 26, 2007 12:44 pm (Save post)

Questo coso è fichissimissimo. Si tratta di un solido che ha esattamente un punto di equilibrio stabile ed uno instabile, e che è esteticamente gradevole.

Incidentalmente, invenzione ungherese. Notate come tutto è stranamente interconnesso.

Spigolature da Berlino: Muri, Palazzi, Strade

personale August 24, 2007 10:12 am (Save post)

Berlino è la capitale della germania, ed era divisa in due da un muro.

Solo che non è esatto. La mia infanzia sotto la guerra tiepida aveva l’idea della città spaccata in verticale da una parete di cemento, dove la gente non poteva passare da un lato all’altro,
Idea sbagliata, imprecisa.

Perché la città libera immaginata, berlino ovest, era una ciste dentro la repubblica democratica, con il muro intorno. Che è ben diverso dal di qua e di là di un confine, è il dentro e fuori di un assedio.

Ma le idee cercano un modo per sopravvivere, si semplificano e cercano di attaccarsi a qualcosa di familiare dentro le nostre teste, e si banalizzano cercando di non creare troppi casini.

Per cui tu stai lì e pensi a Berlino, riunificata testa della nazione tedesca, che prima aveva un muro in mezzo.

E invece dovresti pensare a un racconto di fantascienza, un ucronia o distopia in cui lo scrittore pensa di chiudere un’intera città, anzi quasi tutta, dentro un muro, e di produrre in serie i pezzi per costruirlo.
Cavolo bell’idea, vedremo se l’intreccio vale la premessa, anche se era meglio quella del metodo industriale per ammazzare persone sgradite.

E a Berlino, città unita, ti trovi a guardare le reliquie laiche che sono i pezzi del muro, e a leggere le scritte che ci son sopra. Distanti anni luce da quelle dell’89, ma che qualcosa dovranno pur significare.
Poco fa ero arrabbiato, perché non sono riuscito a prendere i soldi al bancomat, ora sto davanti a un confine dove la gente è morta cercando di attraversare, ma se arrivasse di qua troverebbe solo turisti.

Berlino, città del mondo, appartiene meno ai tedeschi di colonia, amburgo, bonn. È un posto del mondo, e come dentro San Pietro, ti puoi confessare in qualsiasi lingua. Berlino si trova a Berlino, ma è un dettaglio.

E il turista che sovrascrive reperti con la vernice spesso azzecca il pensiero importante, che fa guardare un po’ più in là. I bambini probabilmente ci hanno giocato, contro quel muro, e il che ci ridate il pallone? a pennarello non è uno sfregio, è storia interattiva.

Poi certo, accanto a Berlino, città di idee, c’è Berlino, città di mattoni e persone.
Il muro non è niente, i megacondomini della DDR sono un scco più interessanti. In ungheria dicono che hanno anche un odore particolare, i palazzi così.
Alexanderplatz, che la nostra guida del ‘92 descrive come misero fallimento della pianificazione sovietica, sarà stata una bella canzone, ma è una visione triste, e la torre della televisione non sai se giudicarla una mostruosità o un colpo di genio dadaista.

La porta di brandeburgo è il monumento più inutile al mondo, e alexanderplatz è deludente, ma il reichstag rinnovato è una figata ed è un bel simbolo di come sia la città adesso.

Una città antica, con un germe di modernità che gli fa spuntare colossi in vetro e ferro ovunque, che fa passare una linea ferroviaria sopraelevata tra due musei, pratico orrore paesaggistico, e fa si che negli spazi in disuso nascano miriadi di locali.

La città vive, si vede, si sente, ma vive col sangue donato da italiani e turchi, e il dubbio non è se mangiare un wurstel o un pretzel, ma se preferire il kebab alla pizza.

D’altronde ogni nazione offre quel che può, e se i dollari e i musici statunitensi son sempre benvenuti non si dice di no alle puttane slave, legalizzate in strada (e qui vacilla la mia contrarietà alla legge Merlin: la strafiga che batte ok, ma quando comincia a insistere facendoti gli occhi dolci, sapendo che può adescare quanto vuole… temo che finirei per mangiarmi due stipendi al mese).

La città sarà pure tedesca, da qualche parte, ma le gnocche vestite da guardia americosovietica che si fanno le foto a checkpoint charlie sono uguali ai centurioni sotto il colosseo, fenotipo della civiltà turistica, penso. E il fatto che lì accanto ci sia uno starbucks, tipico locale italiano di origine americana che vende una bevanda araba, pare quasi fatto apposta.

ritorno alla vita reale

personale 8:48 am (Save post)

Caro Lettore, questo piccolo piccolo post serve a dirti che il giro per l’europa non mi ha leso in modo tale da impedirmi di usare una tastiera.

Fra un po’ ti racconto qualcosa di più su quel che ho visto e imparato, ma ci tenevo a dirti che a 27 anni compiuti (in vacanza) sono ancora in grado di stare in giro tre settimane passando una decina di confini diversi, dormendo dove capita e nutrendomi approssimativamente.

Alla faccia di OpenNova e delle tariffe dei treni, che mi vorrebbero adulto a 25.

Leaving in 3,2,1

personale August 1, 2007 2:44 pm (Save post)

Scusate ho avuto degli imprevisti e son spartito. Ne avrei di cose da dire ma non ho tempo. Intanto domani me ne vado a nizza-lille-bruges-amsterdam-copenaghen-berlino-budapest per un po’.

Senza avere un singolo ostello/hotel/divano per stare. Hostelworld.com di merda che non accetta la carta di debito.
Non fatemi gli auguri, ma pregate per me :P

Buone vacanze, Caro Lettore, e a presto.

Get free blog up and running in minutes with Blogsome
Theme designed by Janis Joseph