personale August 30, 2007 2:00 pm (Save post)
L’Autore invita i lettori a non arrabbiarsi per falsità e incorrettezze, egli non sarebbe un buon Marco Polo se parlasse solo di ciò che è.
Arrivo a budapest pensando di dover andare in un’altra città, perché D. G. e C. han deciso di fermarsi lì invece di andare a Siófok.
Arrivo a budapest pensando di arrivare a Casa, e mia madre non mi perdonerà mai il messaggio in cui gliel’ho detto.
Arrivo a budapest pensando di essere ormai straniero, e invece appena vado al solito locale incontro V., spagnolo tornato in vacanza, e poi tutti gli altri, e ancora una volta non è cambiato niente, e mi ritrovo a parlare lunghe ore con un asturiano mai visto prima, come sempre.
L’asturiano ci viene lasciato in consegna da V. che approfitta dell’occasione per andare a.. emh.. mangiare qualcosa con la fidanzata, e da lì in poi la mia conoscenza della regione spagnola spicca il volo.
Gli asturiani si sentono spagnoli, diversamente dai baschi. Ma prima sono asturiani. Per cui i baschi gli vogliono bene, sono come loro. E gli spagnoli gli vogliono bene, sono come loro. Astuti.
Questa amichevolezza è forse influenzata, a detta dello spagnolo, dall’usanza di versare il sidro in strada in modo spettacolar-cretino allargando le braccia al massimo e tenendo bicchiere in una e bottiglia nell’altra, per poi donare il vetro pieno alla prima persona che passa.
We are friendly people, dice il tipo, but if you go against us we get very hard. Le asturie non sono mai state conquistate, tze!
Io rifletto sulla mia nazione. A noi ci hanno conquistato sempre.
Greci, cartaginesi, germanici, goti, vandali, saraceni, longobardi, francesi, spagnoli, austriaci, tedeschi, americani. Arrivano tutti incendieri e fieri, poi si fermano un attimo e dopo un secolo scarso diventano italiani pure loro.
Il mio paese è più bello da lontano, e mentre l’asturiano spiega come i baschi e i catalani e i galeghi siano nazioni diverse dai castigliani, a me ri-viene in mente che il mio stato neanche esisteva, ma alla battaglia di lepanto il grido dei veneziani ai napoletani fu comunque Fratei, forza al remo, demoghe addosso! .
Il mio dialetto è diverso da quello di roma che mi sta a 40km e nessuno capirebbe l’espressione ‘na porvere (piuttosto che sverto come ‘na lapa), eppure ci si sente italiani in liguria come in salento, per quanto si parlino dialetti che hanno meno a che spartire delle lingue iberiche.
D’altronde le spinte centripete della lega nord sembrano ragionevolissime quando scopri che il belgio vuole dividersi in due nazioni diverse.
E il bilinguismo delle regioni a statuto speciale sembra la cosa più sensata del mondo quando vedi un belga di bruxelles che non può leggere i cartelli a bruges perché non sono in francese.
Immagina, Lettore, uno di pisa che non riesca a leggere i cartelli a livorno.
Invece l’ungheria è un blocco monoculturale fantastico. E per fantastico intendo che c’è parecchia leggenda dietro, di cui parlerò altrove.
Cos’è la strapacska? Un piatto tipico dei paloc, popolazione che era in ungheria ma abbiamo scacciato. Toth è un cognome comune, vero? Si, è una popolazione che era in ungheria ma abbiamo scacciato. Scopro poi che entrambi sono “gli slovacchi”.
In questa mia permanenza magiara ho imparato tanto in più sulla lingua, che sebbene abbia il modo più cacofonico al mondo per dire ti amo, contiene delle espressioni bellissime. Soffro, a pensare che in italiano non esista equivalente di testvér, che significa fratello/sorella, ma che realmente significa il mio corpo e sangue. E il fatto che il nostro terribile “capezzolo” si dica melbimbo, bocciuolo del seno, mi fa invidia.
Eppure, negli abissi di differenza ogni tanto vien fuori la similitudine inattesa, che racconto si dica novella, il tetto sia tető e idiota sia, beh, idiota.
Come anche in tutto il resto. Mentre visito Eger mi capita di vedere matrimoni, e di notare quell’usanza creduta tipica solo del mio paesello, di suonare il clacson quando passa la sposa. Viene da chiedersi come cavolo si sia diffuso.
Ma come sempre, la cosa più bella sono quelle parole che non hanno equivalente.
Deve significare molto, che a roma esista il termine pappagallo, il seduttore di basso livello che ci prova con le straniere, ed in magiaro esista digó per indicare l’italiano che ci prova con le ungheresi.
Ma si, perché una volta bastava venire qua con un pacco di calze..
Cavolo, pensavo fosse una leggenda urbana che c’era solo da noi, e invece è un dato storico.
Ma ormai la mia città già non c’è più, è quasi un anno da quando arrivai io, e adesso non si può salire sul bastione dei pescatori liberamente, c’è un tornello che costa 400 fiorini.
I vacanzieri sono ovunque, e la mia città è quasi una trappola per turisti come praga.
Il locale dove ho passato momenti stupendi ha cambiato gestione.
Il bar per pseudo-senzatetto dove bere due litri di birra (cattiva) a un euro ha alzato i prezzi.
La casa dove vivevo non è neanche più in affitto.
Il coinquilino portoghese C. mi saluta, e mi dice: sai, è la prima volta che ci salutiamo senza dire ci rivediamo a budapest il... Lo dice perché non sa quando avrà di nuovo tempo libero, io concordo perché non esiste più budapest.
In compenso adesso ho altra ungheria da ricordare.
Ci troviamo in quella cavolo di Siófok il giorno del mio compleanno, che stranamente è anche quello di D. e quello del padre di C. Mi verrebbe da spiegare il paradosso del compleanno, ma non sarebbe apprezzato.
E poi, finalmente, dopo aver festeggiato il compleanno di tutti i miei coinquilini posso festeggiare anche il mio.
É fico, e il regalo è inaspettato e fa piacere.
Ed è bello quello di É.
E quello di E.
Allitterazione non voluta.
Ad ogni modo nel festeggiare riesco finalmente a rompere il mio cellulare di nuovo.
Certo, è bruttino non poter ricevere sms di auguri, ma il dramma si consumerà il giorno dopo all’interno dello sziget festival. Perché, come da tradizione in ogni concerto c’è uno stronzo che se ne va un attimo in bagno e non ritroverà mai più nessuno.
In questo caso, lo stronzo sono io.
Che da due giorni non dormo in un letto.
Che ho vinto numerosi beveraggi scommettendo di trovare dieci persone che parlassero italiano in tre minuti.
Che ovviamente, non ho una cartina quando mi trovo in una zona ignota.
Che non ho un telefono funzionante.
Che ricorderò solo parlando con G. quindici giorni dopo, che c’era un meeting point predisposto per tali evenienze.
E che, passando di autobus in autobus e crollando addormentato su tutti, mi troverò di fronte al mitico cartello “Viszontlátásra!“, arrivederci, grazie per essere stato a budapest. Sei ore per arrivare a casa di T. Idiota.
Siófok di per se fa abbastanza cagare, è una rimini lacustre per tedeschi tirchi, e causa amarezza l’assenza di persone locali.
Anche se É. spiega che i tedeschi ci sono perché prima era un posto dove le famiglie di est e ovest potevano incontrarsi. A germania riunita, son rimasti.
Meglio comunque Eger, e i suoi matrimoni con le spose che sfilano in strada in corteo, con una banda di 4 elementi che suona davanti, prima di andare in chiesa.
Meglio Esztergom, con la festa di santo stefano che si approssima, il piatto locale analogo alla pizza, i concerti Jazz all’aperto e la curva del danubio (ma il danubio fa solo questa curva? No, scemo, ne fa un casino, solo che questa è la curva del danubio. Ah, ovvio.).
(Ah, Lettore, ti ho mai detto dei fantastici false friend ungheresitalici? “Curva”, che significa “puttana”, e “fái” che significa “fa male, smettila”, sono quelli più belli. “Boka nelkul”, “senza caviglia”, è creazione personale di cui sono orgoglioso. )
E meglio pure Miskolc, inutile città che avrebbe dovuto essere industriale nel sogno di applicare il socialismo sovietico in una nazione di 10 milioni di abitanti dove gli operai erano poche migliaia, e in cui incontro di nuovo i palazzoni stile art-warsaw-pact, parallelepipedi grigi freddi d’inverno e caldi d’estate, e con quella puzza particolare.
Ma che almeno ha le terme dentro una caverna, che sono fiche.
E tutti i paesini che attraverso, e tutti campi di girasoli e mais, e le autostrade dove non esistono i caselli ma si deve acquistare la matrica da apporre sul vetro, si ammucchiano a delimitare quello che conoscevo, a restringere il mio essere ungherese d’adozione a mero turista budapestino di lungo corso.
Proprio quando ho visto metà nazione, imparato la storia e la leggenda della nazione, mangiato piatti tipici di minoranze estinte, letto libri per bambini in ungherese e visto i cartoni dell’epoca socialista, mi ritrovo estraneo.


Solo un breve commento per ringraziarti di questi post magnifici. Il tuo modo di raccontare è veramente affascinante e mi cattura ogni volta, cerco di immaginarti nelle tue mille peripezie, nei posti che vedi e nelle mille persone che conosci! Un saluto dall’Italia con un po’ d’invidia!
Comment by Federico — August 30, 2007 @ 3:44 pm
:*
Comment by Elena — August 30, 2007 @ 5:00 pm
ma “curva” non era polacco?
Comment by Elena — August 30, 2007 @ 5:03 pm
Drága ‘estraneo. Köszönöm….’finom’ volt olvasmi, amit írtál:)
Comment by Évi — August 30, 2007 @ 7:19 pm
federico: l’invidia è immotivata, ma ringrazio te per il fatto che li leggi. É vero che il blog lo scrivo per me, ma è bello sapere che piaccia.
elena: :*, e si, è anche in polacco, è una delle tre parole che le lingue slave hanno in comune con l’ungherese, AFAIK.
évi: “Caro estraneo.. ottimo da leggere, quel che scrivi” ?
Comment by gabriele — August 30, 2007 @ 8:17 pm
igen. (anche se ‘finom’ -per me- vuol dire piacevole…qcosa che ti apprezzi ..sg that u enjoy).
Comment by Évi — August 31, 2007 @ 9:54 pm
Att gondolom hogy magyarorszagon vannak szok szep helyek!!es nincs csak budapest vagy eger s balaton…
Ciao
Comment by Umberto — September 13, 2007 @ 10:49 pm
umberto:
“lì in ungheria ci sono dei posti bellissimi!! e non solo budapest, anche eger e balaton”
Ho dubbi su ‘att gondolom’ a non ho idea di cosa sia szok e non so perché ci sia vagy nella seconda parte.. sei troppo avanzato per un povero autodidatta come me, ma grazie
Comment by gabriele — September 14, 2007 @ 8:12 am
att gondolom=> azt gondolom (=penso), szok=> sok (molti, tanti)…es nincs csak => és nem csak (e nn solo)…
e poi: ‘vagy’(=’tu sei’, ‘oppure’, ’sia’=> qui si usa perché fai una lista).Un bacio:*
Comment by Evi — October 2, 2007 @ 9:01 am