personale April 7, 2008 11:03 pm (Save post)
L’Irlanda per quel che ho capito io dopo un mese e mezzo, non esiste. O meglio, ce ne sono una marea, che è la stessa cosa.
Prendi Dublino, una città che dovrebbe chiamarsi “città del guado fortificato” (baile àtha cliath) ma che ha finito per chiamarsi “stagno nero” (dubh linn).
Dublino è una città piccola, ma per andare da una parte all’altra ci vogliono ore.
È il cuore dell’eire, ma le scritte in gaelico non si trovano quasi mai.
È la capitale dell’isola di smeraldo, ma di verde non se ne vede granché, eppure i prati del trinity college son stupendi… e non ci si può camminare.
Ah, mi correggo i prati del College of the Holy and Undivided Trinity of Queen Elizabeth near Dublin.
Pure quello pensa di non essere a dublino, al massimo vicino, e invece sta al centro.
Forse la fregatura è nel modo in cui uno la vede per come se la aspetta, e se cercava la città cosmopolita, piena di gente e di donnine che girano in top&minigonna sotto la pioggia (senza calze) la trova subito.
O se cercava i localini in Temple Bar, le chiese di pietra e i fiumi di birra. O se la immaginava sporca, disorganizzata e con i bus in ritardo. O con i fish&chips, e l’irish breakfast servito tutto il giorno. O con le bandierine tricolori, e un leprechaun (lepricano, leprecane, folletto) che fa l’occhiolino ogni venti metri. Dublino sta lì, si fa trovare comunque.
Io, arrivando la prima volta, dopo sette ore di ritardo, per un totale di nove in aeroporto più tre di volo, l’ho trovata come pensavo: fredda, e piena di pioggia. Grazie a dio c’ho trovato anche qualche faccia amica.
Il tipo che mi ha indicato il bus per arrivare in centro, la coppia che mi ha accompagnato dal bus fino alla Spire, il quartetto italo-spagnolo (quante possibilità ci sono di incontrare altre due persone che capiscono l’ungherese, in eire?) che mi invita a prendere una birra.
E ovviamente M. & G. che mi recuperano e mi confortano di fronte a una cena a tema, koreana.
Pensando a questi ultimi, un moto di riconoscenza mi molge il cuore, solo in parte limitato dal fatto che mi hanno fatto fare due giorni con 30 chilogrammi di valigie sulle spalle, bastardi. Quantomeno con M. mi son rifatto (ma no, macché ti assicuro che nello sky bar al settimo piano della guinness storehouse non soffrirai di vertigini!), per G. devo aspettare di andare a londinium (della seconda ospitalità di M., dei fortunosi incontri in aeroporto e di all night long di lionel ritchie parlerò poi).
Si, lo so, birrerie e distillerie in cui ottenere diplomi da assaggiatore di whisky sono trappole per turisti, ma io quello sono. E poi almeno adesso so che:
- la parola whisky deriva dal goedelico ouisce beatha, leggasi “uiske bat”, che altro non vuol dire che “acquavite”
- la jameson & sons ha il controllo del 90% del mercato whiskesco irlandese, attraverso vari marchi
- il malto tostato è particolarmente gustoso
- la guinness non è fatta con la melmosa acqua del Liffey
- la mamma di Guglielmo Marconi era la nipote del signor Jameson
- l’arpa della guinness non è un simpatico logo, è una miniatura di una vera arpa
A proposito di guinness, è vero, qui ha un sapore diverso. Non me ne sono accorto quando sono arrivato, ma quando sono ritornato in italia. Sarà che sto diventando irlandese, e qui l’intera nazione si identifica con un marchio.
Qui la birra nera (che nera non è, è rossa) è una specie di mix tra garibaldi, la ferrari, la pasta, toto cutugno e fabio grosso.
L’ufficio del turismo vende gadget della guinness, tra i piatti nazionali c’è lo stufato alla guinness, ogni bar vende guinness, e la famiglia guinness ha pure ricostruito un po’ di monumenti.
Un mio coinquilino quasi sviene quando mi ha visto berne una dalla lattina senza averla lasciata posare in un bicchiere adatto.
Tornando a dublino l’ho trovata diversa. Forse perché c’era il sole, o forse perché non avevo trenta chili sulla schiena, o forse perché ero in crisi d’astinenza da malto tostato.
Stavolta era più rumorosa, turistica, e piena di eroi e di scrittori morti.
Tra wilde, joyce, yeats, beckett, stoker etc viene da chiedersi se qua abbiano mai insegnato matematica.
Ma a me poesia ed epica non son mai piaciute, preferisco ricordarmi Swift, che qua gestì una chiesa, propose di usare i bambini irlandesi come cibo di lusso, e si fece seppellire. Sopra alla tomba scrissero:
È andato dove l’indignazione non può più straziargli il cuore.
Già, perché al buon jonathan dava ai nervi la povertà degli irlandesi, il fatto che non potesse tornarsene in inghilterra e il resto del clero. Gli irlandesi, ovviamente gli vogliono bene, visto che negli ultimi duemila anni li han quasi sempre presi a calci nel sedere, e una voce amica vale tanto.
Poveracci, persino nel castello, dove c’è la statua della giustizia, l’han messa che dà le spalle alla città, e quando pioveva i piatti della bilancia si riempivano, e si inclinava.


proprio bello sto post. Salutami M. e G.!
Comment by Lawrence Oluyede — April 8, 2008 @ 11:27 am
grazie, provvederò
Comment by gabriele — April 9, 2008 @ 9:41 am
Hola, si dà il caso che mi trovi in Erasmus a Londra fino al 7 Giugno. Se i tuoi piani prevedono di visitarla prima di quella data, sai che sono qua e che mi farebbe piacere incontrarti…sei su Twitter? Io da oggi provo (flevour).
Ciao!
Comment by flevour — April 9, 2008 @ 1:21 pm
sei già in conto, spero di riuscire a venire, ma non so ancora quando.. d’altronde non saresti l’unico da visitare in quel di londra
Comment by gabriele — April 9, 2008 @ 1:55 pm