Vi lasciai dicendo che andavo all’heineken jammin festival. Questi sono i fatti accaduti da allora.
L’autore si mette in cammino giovedì insieme al compagno di viaggio A., coppia già consolidata negli anni nel corso di altre zingarate in giro per il Bel Paese.
Partenza intelligente alle quattro del pomeriggio, sole che spacca le pietre. Preveggenza dell’Autore: “guarda che cavolo di sole che c’è oggi, domani minimo gràndina“.
Il viaggio scorre felice, allegria e birrette in serata nella citta di tette&torri&tortellini, ospitalità fantastica e la mattina dopo si parte per mestre, si schiva la maggior parte del traffico, si azzecca la strada al 99% (pur senza navigatore e con una cartina in cui il veneto ha le dimensioni di una moneta da un euro) e si parcheggia velocemente.
Entriamo. Il parco san giuliano è enorme, e i nostri decidono di rilassarsi con la prima bottiglia di vodka lemon e i panini comprati all’esselunga, nell’attesa di altri due compari in arrivo da pavia. Il sole splende, gli uccellini cantano, niente lascia presagire la catastrofe.
Arrivano gli altri due ragazzi. Come stai, anche io, non tanto, si certo che la voglio, facciamo un giro. Iniziamo il saccheggio degli stand promozionali, procurandoci numerosi pacchetti di cartine, palline di burrocacao della 3 (?), preservativi, anelli fallici stimolanti per lei (??), mousepad, cappellini, portachiavi, accendini, bandana PosteItaliane giallo fluo (???).
Poi ci prendiamo qualche birra perché, voglio dire, è pur sempre un concerto, e molestiamo le fanciulle degli stand perché, voglio dire, siamo pur sempre brilli.
E comunque vorrei sapere chi è il criminale che ha mandato due belle figliole vestite da dottoressa sexy nel mezzo di una torma di ragazzi in overdose da luppolo. Credo sia punibile per incitamento alla violenza carnale.
Comunque è a quel punto che accade il casino. Ora: potreste aver visto notizie inquietanti alla TV o nei giornali ma la realtà è che noi, dominati dall’amore per il fango post-woodstock, non è che ci preoccupassimo molto.
Improvvisiamo un rifugio assemblando panche e tavoli. Immagino sia significativo che abbia resistito più o meno quanto le impalcature del concerto.
Poi pioggia e vento diventano eccessive e ci rifugiamo dentro uno stand dell’heineken. In cambio dell’ospitalità cerchiamo di renderci utili portando via qualche sacco di merchandising che si rivelerà, ad un più attento esame, un bottino composto interamente di portachiavi e portacellulari. Neanche una maglietta, porca zozza.
Smette di piovere, velocemente. Usciamo dal riparo e c’è devastazione, passa qualche ambulanza e cominciano a sgomberarci. A quel punto sorge qualche sospetto che forse il concerto non si farà. E vabbè sarà per la prossima volta.
Alcune ore più tardi siamo in autostrada, seguendo una strada che ci ha indicato un vigile e che congiunge mestre-bologna via rejkyavìk, e realizziamo: prossima volta un paio di palle.
I protagonisti sembrano condannati a non vedere i pearl jam. L’anno scorso quando son venuti in italia era esattamente una settimana dopo la data in cui loro dovevano trovarsi a budapest per motivi di studio.
Una data a lisbona, dove avrebero potuto vederli, è stata anch’essa annullata.
Le date precedenti in italia si perdono nella notte dei tempi.
Evidentemente sono in azione forze più grandi di noi e che non comprendiamo. Forse in una vita precedente abbiamo fatto uno sfregio a qualche road manager e questa è solo una prolungata espiazione di tale crudeltà.
Ad ogni modo arriviamo di nuovo a bologna, che sabato è il compleanno del nostro ospite.
Bella festa, della quale purtroppo non posso dirvi tanto perché le mie facoltà menemoniche sono ridotte. Ricordo di aver visto e rivisto un sacco di gente, di aver cantato come un demente, smarrito il compagno di viaggio, invaso un locale, importunato un po’ di gente. Sono piuttosto sicuro di aver bevuto sangria, confermando ancora una volta che se qualcosa è rosso e ha la frutta è sangria, perché in questa variante (ottima) c’erano anche i chiodi di garofano.
Almeno mi sembra. Poi ci siamo ritrovati a mangiare pizza da (anto’, commenta ti prego che non mi ricordo il nome). Dove c’era alessandrodelgrandefratello. Chi cavolo sia alessandrodelgrandefratello non lo so.
In seguito abbiamo dibattuto i meriti della sorella del festeggiato e sono arrivato abbastanza vicino a un destro alla mascella, ma il nostro ospite è una brava persona e ha rispettato i sacri principi dell’ospitalità. Kudos.
Domenica si riparte, era prevista una tappa a perugia ma abbiamo fatto tardi e ci siamo fermati solo un po’ a firenze che era di strada, dove abbiamo visitato un’amica e, per ragioni complesse, un ragazzo francese che è venuto a vivere a firenze qualche mese.
Ovviamente la parte banale del viaggio, arrivare dall’uscita dell’autostrada all’appuntamento con i due, si è dimostrata estremamente articolata, motivo per cui adesso abbiamo una conoscenza dettagliata del lato sbagliato dell’arno e della periferia estrema della città. Alla fine tutto bene, baci, abbracci, coccole.
Prendiamo un caffè in un posto che è dello zio della ragazza ed in cui A. aveva già mangiato in viaggio a firenze, quando ci lavoravano le sorelle della stessa.
Il mondo ha le dimensioni di un guscio di noce, bisogna rassegnarsi.
Alla fine arriviamo a roma a mezzanotte, con milleduecento chilometri alle spalle, senza aver visto un concerto, avendo speso duecento euri tra una cazzata e l’altra, avendo mangiato il sacro Grisbì da viaggio, conosciuto e riconosciuto una mare di gente, ingollato dosi semiletali di alcolici ed avendo ascoltato 12 ore di vecchi cd. E contenti, pensando al prossimo viaggio.